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Notizia 15/01/2019

Il Consiglio di Stato in tema di grave illecito professionale nelle gare d'appalto


In tema di gare d'appalto, si segnala Consiglio di Stato, sez. V, 14.1.2019, n. 291.

Di seguito le massime:

1. L’idoneità del voto sinteticamente espresso in forma numerica a rappresentare in modo adeguato l’iter logico seguito dalla Commissione nell’apprezzamento delle offerte è direttamente proporzionale al grado di specificazione dei criteri allo stesso sottesi, di tal che tanto dettagliata risulta l’articolazione dei criteri e subcriteri di valutazione, tanto più esaustiva ne risulta l’attitudine esplicativa del punteggio. Per tal via, solo quando il giudizio della Commissione non fosse idoneamente delimitato nell’ambito di un minimo e di un massimo, occorre la motivazione discorsiva del giudizio, al fine di rendere in ogni caso comprensibile l'iter logico seguito in concreto nella valutazione delle offerte, ed in particolare di quella tecnica.

2. La valutazione delle offerte tecniche costituisce espressione di un'ampia discrezionalità tecnica, con conseguente insindacabilità del merito delle valutazioni e dei punteggi attribuiti dalla commissione, ove non inficiate da macroscopici errori di fatto, da illogicità o da irragionevolezza manifesta. Sotto tale profilo, non appare rilevante la mera opinabilità dell’operato apprezzamento, non potendo il giudice amministrativo sostituire, in attuazione del principio costituzionale di separazione dei poteri, proprie valutazioni a quelle effettuate dalla stazione appaltante.

3. Per quanto attiene al caso dei gravi illeciti professionali di cui all’art. 80, comma 5, lett. c), l’esistenza di un provvedimento di sequestro penale delle quote non appare integrare alcuna delle fattispecie contemplate dalla predetta disposizione, posto che: a) non prefigura carenze significative nella esecuzione di precedente contratto; b) non concreta tentativo di influenzare indebitamente il processo decisionale della stazione appaltante o di ottenere informazioni riservate ai fini di proprio vantaggio; c) non attiene alla ipotesi delle dichiarazioni false o fuorvianti suscettibili di influenzare le decisioni sull’esclusione, la selezione o l’aggiudicazione e dell’omettere le informazioni dovute ai fini del corretto svolgimento delle procedure di selezione (posto che, nella specie, il sequestro de
quo era successivo alla formalizzazione dell’offerta); d) non integra alcuna delle altre situazioni idonee a porre in dubbio l’integrità o l’affidabilità dell’operatore economico. Del resto, il sequestro preventivo (art. 321 c.p.p.) è una misura cautelare reale che – fermo restando il principio di la presunzione di innocenza di cui all’art. 27 Cost., che informa tutto l’ordinamento penale - realizza la funzione di impedire che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravarne o protrarne le conseguenze, ovvero agevolare la commissione di altri reati. Si tratta quindi di una misura volta ad incidere sui possibili sviluppi di reati già consumati, per evitare gli ulteriori possibili effetti; esso ha, inoltre, una efficacia tendenzialmente provvisoria e rebus sic stantibus, giacché gli effetti del vincolo vengono meno a seguito della sentenza che definisce il giudizio, di qualunque tenore essa sia, di assoluzione, di
condanna o non luogo a procedere. La conclusione è ulteriormente corroborata dall’orientamento dell’ANAC (Deliberazione n. 92/2012), secondo cui “il provvedimento di sequestro non comporta la perdita di idoneità soggettiva alla prosecuzione dell’attività di impresa, e non è ex se idoneo a determinare la decadenza automatica della società dai rapporti giuridici in essere inter partes”.






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